14 marzo 2016 | Cibo

Alla scoperta dell'Agenda2030: povertà e fame, un destino che può essere cambiato

Alla scoperta dell'Agenda2030: povertà e fame, un destino che può essere cambiato

di Antonia Ori

Sono stati presentati lo scorso settembre nel Palazzo di Vetro dell’Onu gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, che segnano la strada che fino al 2030 tutti gli Stati dovranno seguire se intendono lavorare per un futuro di sviluppo per il pianeta. Ad aprire l’elenco (punti 1 e 2) la Lotta alla povertà assoluta e alla Malnutrizione, richiamate al punto 8 dalla Promozione di una crescita duratura inclusiva e sostenibile e al punto 10 dalla Riduzione delle disuguaglianze tra paesi.

Le mappe della povertà
Un’ampia letteratura si è dedicata all’elaborazione di indici quantitativi delle varie facce della povertà: l’indice di sviluppo umano (HDI) misura le condizioni di benessere di un Paese integrandone il livello medio di reddito con la speranza di vita e il grado di istruzione; quello di povertà umana (HPI) combina la probabilità di morire prima dei 40 anni, la mortalità entro i 5 anni e la difficoltà di accesso all’acqua. Indici a parte, nonostante il numero di persone che vivevano con meno di 1,25 dollari al giorno si sia dimezzato tra il 1990 e il 2015, sono ancora moltissimi coloro che vivono in povertà assoluta: persone che non possono tutelare i figli né educarli, che hanno un’alimentazione carente o incorrono in gravi rischi per la propria salute, che non accedono ai diritti civili e politici. Un’esistenza limitata la loro, non solo in riferimento al paniere di consumo. La povertà cronica può intrappolare nella marginalità generazioni e intere comunità, in una spirale che si autoriproduce.
Povertà significa carenze nutrizionali, che pregiudicano la crescita con effetti negativi sulla salute. Malaria, tubercolosi, malattie infettive, infezioni intestinali colpiscono con maggiore facilità le popolazioni con basse difese immunitarie causate dalla scarsa alimentazione.
La geografia della povertà e della fame ci spinge a dirigere lo sguardo verso continente africano, America Latina, subcontinente indiano. Stati politicamente fragili, economie rurali, lacerate da instabilità politica e conflitti intestini, coinvolte in guerre regionali. Tuttavia le mappe della povertà e della fame sono in movimento; Cina e India sono gli esempi di maggiore successo nella loro riduzione, anche se ad una lettura più approfondita delle statistiche la diminuzione del numero di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà è in gran parte dovuta all'aumento di quelli che si collocano appena sopra questo limite.

Un destino immutabile?
I Paesi in via di sviluppo, spesso ricchi di risorse naturali, vedono le loro preziose opportunità divenire prerogativa esclusiva di élites o imprese estere, senza effetti moltiplicativi sull’economia locale. Tuttavia nel panorama del 21° secolo la povertà non rappresenta un destino immutabile, e la fame, come ci confermano i progressi raggiunti grazie agli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, è una piaga che può essere eliminata: invertire la tendenza è possibile iniziando dall’opposizione al sistema di distribuzione sbilanciata delle risorse. L’interrogativo riguarda la capacità di aumentare la produzione di risorse alimentari fino a livelli sufficienti a sfamare tutti gli abitanti della Terra. L’accesso di un miliardo e mezzo di poverissimi a condizioni di vita migliori porta infatti con sé il problema della sostenibilità dello sviluppo, poiché l’equilibrio ecologico attuale si fonda sulla polarizzazione dei consumi da parte di appena un quinto della popolazione mondiale.
Il dilemma si muove quindi tra l’urgenza di miliardi di persone e la limitata disponibilità di risorse naturali. Tuttavia vi è ancora spazio per incrementi di produttività, con investimenti nel risparmio energetico e nell’attività agricola delle aree rurali dei paesi in via di sviluppo. Tali incrementi aprirebbero la strada ad una crescita economica equilibrata e inclusiva di queste nazioni: è un fatto che i paesi che investono di più per migliorare la produttività agricola e le infrastrutture di base riescano ad avvicinarsi prima agli obiettivi globali relativi alla fame. Ed è un fatto che nei progetti di cooperazione in cui vengono avviate attività produttive, si creano tessuti micro-economici sostenibili in grado di generare benessere e sviluppo sociale anche laddove la povertà sembrava ineliminabile. E’ quello che ad esempio New Life for Children ha fatto dal 2008 nell’Amazzonia peruviana, nelle comunità di Hipolito Unanue e Payorote, dove abbiamo avviato un bio-orto e un allevamento di polli allo scopo di offrire alla comunità un’alimentazione variegata con un’attività che al contempo generasse reddito per la popolazione tramite la vendita delle eccedenze.

Se la FAO stima che vi è capacità globale per fornire il cibo necessario alla popolazione mondiale, la nostra generazione può realisticamente proporsi l’obiettivo di sradicare fame e povertà estrema: impegnarsi o non impegnarsi è l’unica domanda da porsi.


Riferimenti:

http://hdr.undp.org/en/2015-report

http://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2015/01/Paper-Davos-2015_finale.pdf

https://sustainabledevelopment.un.org/post2015/transformingourworld

http://www.we.expo2015.org/it/articoli/mettere-fine-alla-poverta-una-sfida-globale-lo-sviluppo-sostenibile