23 luglio 2019 | Scuola

Si scrive Istruzione, si legge empowerment

Si scrive Istruzione, si legge empowerment

Date alle donne occasioni adeguate ed esse saranno capaci di tutto.
(Oscar Wilde)

Da secoli, in ogni parte del pianeta, le donne hanno dovuto lottare per ottenere il diritto a ricevere un’istruzione. È il 1678 quando all’Università di Padova si laurea la prima donna al mondo. Nella civilissima Francia le donne vengono ammesse all’università solo nel 1863 (a Lione) e nel 1867 (a Parigi). Perché ciò avvenga anche in Germania bisognerà aspettare fino al 1878.
Nell’Italia del 1900 le donne iscritte all’università erano 250, quelle analfabete migliaia. Eppure, ironia della sorte, furono proprio le prime maestre a diffondere l’alfabeto lungo tutto lo stivale, a riprova che garantire a entrambi i sessi accesso paritario all’istruzione rappresenta un volano di progresso per la società intera. Nell’anno accademico 1990/91, il numero delle laureate in Italia superava per la prima volta quello dei laureati.

Non è più possibile ignorare che l'esclusione di bambine e ragazze dal sistema educativo mette una grave ipoteca sul futuro di una società (oltre a violare un diritto umano). Eppure, nonostante il nesso indiscutibile tra istruzione femminile e sviluppo socio-economico di un paese, il Global gender gap report del World Economic Forum ci dice che a tutt’oggi l’accesso delle donne all’istruzione risulta in calo su scala mondiale, e che di questo passo occorreranno 108 anni per chiudere il divario tra uomini e donne nella partecipazione al mondo del lavoro. Oltre un secolo.

Visto il forte legame tra i livelli di istruzione che un paese garantisce alle ragazze e le dimensioni della sua economia, non stupisce che le regioni del pianeta in cui si concentra l'assoluta maggioranza (83%) di bambine private dell'istruzione siano le stesse che faticano maggiormente a uscire dalla povertà estrema (Africa subsahariana, Asia meridionale e alcune aree dell'Estremo Oriente).

Le donne che hanno ricevuto un'istruzione hanno una probabilità maggiore di avere opportunità di lavoro e guadagno pari agli uomini (ogni anno in più che una ragazza investe nell’istruzione secondaria aumenta in media il suo reddito futuro di oltre il 15%); tendono a evitare gravidanze precoci e comportamenti a rischio di contagio da HIV e ad avere meno figli; i loro bambini sono mediamente meglio nutriti e curati, perché sono più informate sulla prevenzione delle malattie e sulla necessità di mantenere determinati standard di igiene; la loro istruzione apre le porte a quella dei figli e delle figlie, che, una volta cresciute, diventeranno esse stesse donne e madri più propense a mandare i propri figli a scuola.

L'istruzione dà potere alle donne, rendendole protagoniste della propria vita e della vita del proprio paese. Basta ricordare la vicenda di Malala Yousafzai e la sua coraggiosa lotta per garantire alle bambine di studiare in tutti quei territori dove il fondamentalismo islamico non permette al genere femminile di accedere all’istruzione. Il Nobel che le è stato assegnato nel 2014 è un premio a tutte le bambine che nel mondo camminano per chilometri su strade sterrate e fangose per raggiungere piccole aule di piccole scuole remote.
Nell’ultimo anno a Malala si sono aggiunte altre figure iconiche, giovani e giovanissime donne che stanno rivoluzionando la nostra visione del mondo, come l’ambientalista svedese Greta Thunberg o l’attivista sudanese Alaa Salah, conosciuta come Nubian Queen. L’istruzione ha dato a queste ragazze la possibilità di sviluppare a pieno il proprio potenziale: spetta ai governi di tutto il mondo garantire che venga offerta la stessa opportunità anche a tutte le altre.