20 gennaio 2015 | Cibo

Vincere la fame si può: un esempio sostenibile e replicabile

Vincere la fame si può: un esempio sostenibile e replicabile

Alle soglie del 2015, la povertà e la fame sono ancora ostacoli per la vita e per la tutela del diritto all’educazione di milioni di bambini. Ma oltre che al problema, è utile guardare alle soluzioni: cosa possiamo fare per cambiare rotta?

Esaminiamo l’esempio di un Paese in cui i dati sulla fame sono in controtendenza: il Perù, dove da 7 anni l'Associazione Patrizio Paoletti Onlus e la Fondazione Paoletti hanno avviato un progetto del programma Scuole nel Mondo.

Nonostante questo Paese del Sud America possieda la più alta biodiversità di 2 delle 4 coltivazioni più importanti per l'alimentazione umana nel mondo (grano, riso, patata e mais), quando nel 2008 abbiamo avviato il nostro progetto oltre 600.000 bambini al di sotto dei cinque anni (il 25,4% della popolazione infantile) soffriva di denutrizione cronica, il 35% dei quali versavano in condizioni di estrema povertà.

In luoghi più isolati, come la comunità dell’Amazzonia presso cui l'Associazione e la Fondazione Paoletti sono intervenute, la situazione era anche peggiore. La principale attività produttiva di questi piccoli centri rurali è sempre stata l’agricoltura, ma molte multinazionali hanno spesso abusato del loro potere economico per prendere possesso di grandi terreni agricoli, sottraendoli alla popolazione locale per la coltivazione intensiva e commercializzazione su scala mondiale.

In questi anni, però, qualcosa sta cambiando: la malnutrizione cronica in Perù sta decrescendo (in soli 5 anni è scesa di un terzo). Questo successo si è fondato sulla capacità di istituzioni e organizzazioni di mettere in rete progetti di piccole dimensioni, integrando interventi nutrizionali con programmi di tipo sanitario ed educativo, soprattutto nei luoghi più periferici e isolati per raggiungere le popolazioni più svantaggiate.

E’ proprio questa la strada che abbiamo intrapreso 7 anni fa per dare una risposta concreta alla povertà e alla fame nella comunità amazzonica di Hipolito Unanue. Qui, con i nostri operatori e collaborando con diverse organizzazioni ed istituzioni sul territorio, abbiamo attivato un progetto integrato di scolarizzazione, assistenza sanitaria e alimentare, unitamente ad un programma di microcredito.

L’idea è stata quella di affiancare alla riqualificazione della scuola della comunità, alla formazione degli insegnanti e ad un intervento sanitario, l’avvio di attività produttive come un bio-orto con 30 varietà di verdure autoctone e un allevamento di polli. L’obiettivo quello di offrire alle famiglie e ai bambini un’alimentazione corretta e diversificata.

In pochi anni siamo riusciti ad azzerare la mortalità infantile legata alla malnutrizione. Oggi le attività produttive, direttamente gestite dagli abitanti, forniscono ai bambini della scuola una dieta bilanciata di carne e verdure, fondamentale per la qualità del loro apprendimento.

Ciò genera anche un reddito per la popolazione attraverso la commercializzazione delle eccedenze. Nell’ultimo semestre del 2014, ad esempio, la comunità è riuscita a sostenere le spese per le borse di studio dei ragazzi che hanno terminato il loro ciclo di istruzione e che oggi frequentano l’Università fuori sede. Grazie a queste borse di studio, nel 2014 si sono già laureati due ragazzi di Hipolito Unanue che, con le competenze professionali acquisite, daranno un importante contributo alla crescita economica e sociale di Hipolito Unanue.

Questo è solo un piccolo esempio, peraltro replicabile, di come oggi possiamo creare tessuti micro-economici sostenibili in grado di produrre ricchezza, benessere e sviluppo sociale anche laddove la povertà sembra ineliminabile.

E se ancora accade che migliaia di bambini soffrono la fame e la povertà in Paesi così ricchi di risorse naturali come il Perù, la Repubblica Democratica del Congo, l’India, il Brasile (solo per citarne alcuni in cui operiamo), è perché non abbiamo ancora deciso di cambiare il modo di gestire ciò che il pianeta ci mette a disposizione, perché non guardiamo al mancato accesso universale al cibo come ad una nostra diretta responsabilità.

Ma cambiare si può e si può fare da ora.

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